Danno estetico.

Va considerato nel soggetto il danno fisionomico quando le lesioni presentì alterino la facies e l’espressione.
Difatti l’approccio al rilievo e alla valutazione di un pregiudizio estetico in oftalmologia è materia ricorrente per l’oftalmologo che si dedica ai problemi di medicina legale della propria specialità.
Particolare rilevanza assumono le lesioni ed i loro esiti permanenti che hanno interessato la regione corneale, orbitaria e periorbitaria a causa della preponderante funzione estetica del volto dell’individuo.

Non va trascurato il fatto che, mentre il pregiudizio estetico di un esito coinvolgente buona parte del corpo umano può parzialmente essere coperto, il volto, e soprattutto gli occhi sono normalmente offerti alla vista degli altri, senza una possibilità di protezione che non sia la presenza di un occhiale schermato.
In altre parole, mentre un pregiudizio estetico su una coscia, sul torace o su una mammella interessano un’area di rapporti più intimi e meno pubblici, una lesione oculare od orbitaria è più frequentemente offerta all’osservazione di tutti e costituisce pertanto un danno più facilmente rilevabile sia per quanto attiene all’estetica di un individuo che alla sua espressione che non rappresenta più un veicolo libero dei propri sentimenti.

Questo concetto è stato bene espresso dal Gerin che, già nel 1946, aveva manifestato il suo illuminato parere sulla funzione fisionomica, termine proposto a sostituzione di quello di funzione estetica per precisare la specifica funzione assolta dai tratti del volto e della mimica facciale.
I pregiudizi estetici concernevano inizialmente il campo penale identificandosi per lo più con lo sfregio permanente.
Il diritto civile discosta invece palesemente le sue valutazioni non riconoscendo limiti alla tutela dell’integrità estetica della persona. Si tratta quindi di una riaffermazione al diritto alla conservazione di un bene, rappresentato dal complesso estetico individuale.
L’aspetto estetico altro non è che un modo di comunicare con gli altri, ed in questo senso assume funzione di vero e proprio organo, così come potrebbe essere la voce. Chiaro è che non è richiesto, per un’opportuna valutazione, che il soggetto danneggiato fosse in possesso di particolari doti estetiche precedenti perché risenta di un danno alla vita di relazione. E’ sufficiente che la modificazione peggiorativa sia capace di imprimere al suo aspetto una personalità psichica peggiorata e comunque diversa da quella che era precedentemente. Da qui l’impossibilità psicologica di potersi “riconoscere” allo specchio, cosa che può essere vissuta in maniera drammatica e/o angosciante dal danneggiato.

Entreremmo di fatto nella valutazione di una sorta di idoneità a subire un danno fisionomico, cosa che non può attagliarsi ad un giudizio estetico genericamente espresso, ma che assume un particolare valore se rapportato alla possibilità di un danno antecedente su cui una nuova azione lesiva abbia agito producendo variazioni peggiorative.
In altre parole il danno consiste nell’esistenza di una lesione che pregiudichi l’aspetto fisionomico dell’individuo o comunque la sua gradevolezza espressiva nei confronti dei terzi.
Va poi considerato il lato psicologico del danno che può divenire la parte più complessa ed importante, proprio perché maggiormente influenzante la vita di relazione. Esso si lega al senso di repulsione che, sia pure ingiustamente, alcune menomazioni fisiche suscitano negli interlocutori.
Sono appunto le lesioni del volto che rivestono i caratteri dello sfregio, così che al danno estetico (prevalentemente civile) va a sommarsi anche un danno psicologico, morale (prevalentemente penale).
La traduzione in un pregiudizio lavorativo, quindi economico, immediato o mediato, appare evidente ed attende un’accorta valutazione fuori dagli schemi classici.

Dice un noto studioso, il Pellegrini, che il danno fisionomico «integra una valutazione reazionale nel senso che trae bensì la sua origine da menomazioni anatomo-funzionali nella persona offesa, ma che, indipendentemente dalla misura di queste, crea in chi le osserva, e talvolta in chi le ha subite, immagini mentali generalmente deprezzative, in misura diversa a seconda di particolari contingenze; da questo l’ammissione del danno economico che ne deriva, più volte affermato in giurisprudenza ed in dottrina».
Il danno fisiognomico appare dunque un danno alla validità, non solo specifica, relativa cioè a determinate categorie di soggetti, sempre che tale menomazione sia bene obiettivabile e produca ripercussione sull’efficienza psicofisica del soggetto.
Diviene un danno professionale, quindi specifico, qualora la menomazione abbia ripercussioni dirette sul tipo di attività lavorativa esercitata. Assume infine carattere di danno morale, penalmente rilevabile, indipendentemente dalle implicazioni strettamente psicologiche.
Nei più moderni criteri di valutazione di danno alla persona, il danno estetico, e quindi quello fisiognomico assume un valore di riferimento alla capacità lavorativa specifica e merita così un differente ed aggiuntivo metro di valutazione.

Una certa concordanza appare nelle percentuali in uso nella nostra tabellistica e giurisprudenza in cui ritroviamo la valutazione del 35% come limite massimo alla quantizzazione di un danno fisiognomico.
La funzione estetica nel suo complesso dunque, comprendendovi l’insieme degli attributi esteriori del corpo, svolge un ruolo di primaria importanza nella vita di relazione di un individuo, ma non vi è dubbio che il viso e lo sguardo, l’integrità dei tratti del volto, esprimenti meglio di ogni altra esteriorizzazione, soprattutto le più profonde, gli stati d’animo dell’uomo, hanno un valore psicologico incalcolabile e tale da incidere non solo sulla parte affettiva dei rapporti interpersonali, ma capaci di materializzarsi in difficoltà lavorative che modificano profondamente ed inesorabilmente la capacità generica di rapportarsi alle attività produttive.
Sono certo gli incarichi lavorativi che necessitano di contatti umani, professionali, di fiducia, a risentirne in grado più marcato, ma non può per questo essere misconosciuto il diritto/dovere di un pastore a mantenere la propria integrità espressiva.
E’ quindi nella materializzazione dell’indennizzo che si è costretti ad un giudizio estetico, spesso impalpabile all’osservazione di un profano, ma certo riconducibile ad alcuni principi non codificati, ma ineluttabili.