Onere della prova.

Recente sentenza del Tribunale di Milano "Spetta al paziente provare l'errore del medico". Il Tribunale di Milano ribalta la responsabilità dell’onere della prova. Cosi si è espresso il Tribunale di Milano nella sentenza in esame (in materia di responsabilità civile da “malpractice medica”) definita “storica” dai primi commentatori.

Milano, 13 Ottobre 2014 - Una sentenza del Tribunale di Milano, ha stabilito che, in base alla cosiddetta legge Balduzzi del 2012, non è più il medico a dover provare la propria correttezza professionale, ma è il paziente che deve provare la colpa del medico.
Le conclusioni a cui è pervenuto il giudice milanese sono il frutto di un lungo e articolato esame del sistema della responsabilità medica e della giurisprudenza attestatasi in materia prima e dopo la legge Balduzzi, che di seguito verranno brevemente richiamati.

Pertanto, sinteticamente e in conclusione, il giudice milanese ha statuito che:
l'art. 3 comma 1 della legge Balduzzi non incide né sul regime di responsabilità civile della struttura sanitaria (pubblica o privata) né su quello del medico che ha concluso con il paziente un contratto d'opera professionale (anche se svolta privatamente dal medico in struttura pubblicà), in entrambi i casi disciplinate dall'art. 1218 c.c.; ( Libro quarto ? delle obbligazioni: “ Il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno se non prova che l'inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.

Il tenore letterale dell'art. 3 comma 1 della legge Balduzzi e l'intenzione del legislatore conducono a ritenere che la responsabilità del medico (e quella degli altri esercenti professioni sanitarie) per condotte che non costituiscono inadempimento di un contratto d'opera (diverso dal contratto concluso con la struttura) venga ricondotta dal legislatore del 2012 alla responsabilità da fatto illecito ex art. 2043 c.c.; (Risarcimento per fatto illecito. Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”. Se, dunque, il paziente/danneggiato agisce in giudizio nei confronti del solo medico con il quale è venuto in “contatto” presso una struttura sanitaria, senza allegare la conclusione di un contratto con il convenuto, la responsabilità risarcitoria del medico va affermata soltanto in presenza degli elementi costitutivi dell'illecito ex art. 2043 c.c. che l'attore ha l'onere di provare; se, nel caso suddetto, oltre al medico è convenuta dall'attore anche la struttura sanitaria presso la quale l'autore materiale del fatto illecito ha operato, la disciplina delle responsabilità andrà distinta (quella ex art. 2043 c.c. per il medico e quella ex art. 1218 c.c. per la struttura), con conseguente diverso atteggiarsi dell'onere probatorio e diverso termine di prescrizione del diritto al risarcimento.

Al di là delle valutazioni giuridiche che il codice civile dispone (quella ex art. 2043 c.c. per il medico e quella ex art. 1218 c.c. per la struttura), e del diverso atteggiamento riguardante il termine di prescrizione del diritto al risarcimento, espressa, come è stata sinteticamente riportata sui giornali la notizia lascia adito ad altre osservazioni.
L'onere della prova è fatto giuridicamente rilevante, ma, spesso a distanza di anni (i tempi dei processi sono purtroppo lunghi), difficilmente potrà essere tassativo nel tentare di provare la colpa di una parte in causa e quindi chi dovrà risarcire il danneggiato.

Il paziente cioè ha scarse possibilità di provare: o se il medico abbia agito con imperizia, imprudenza o negligenza o se la struttura abbia avuto nel suo caso una inefficienza strutturale o comportamentale.

E' il medico che compila la cartella clinica dopo avere effettuato l'atto operatorio ed è comprensibile che, accortosi di avere effettuato una manovra errata, lo vada a scrivere sulla cartella clinica che è l'unico documento di cui il paziente potrà venire in possesso chiedendone la fotocopia anche a distanza di tempo. Tra l'altro non può avere le conoscenze tecniche da poter valutare uno degli elementi della colpa né suggerirlo ad un consulente di parte.
Sinora il paziente aveva solo il compito di dimostrare il danno ed ipotizzare una colpa. Il medico avrebbe dovuto e potuto dimostrare la sua correttezza nella esecuzione della prestazione.
Ne avrebbe certamente avuto maggiore facilità
La sentenza del Tribunale di Milano, pur pervasa di dottrina giurisprudenziale, potrebbe essere corretta o cassata da altra sentenza anche di Corti Maggiori.
Il tempo (speriamo breve) ci dirà se la Magistratura confermerà o meno la argomentazioni addotte dal Tribunale di Milano.