Valutazione del danno.

L’aspetto della valutazione del danno ha subito negli ultimi anni contrastanti valutazioni medico-legali a seguito di numerose tabelle che esprimevano le idee degli estensori con percentuali assolutamente personali.

Il caso è del tutto risolto per i danni di lieve entità per i quali è doveroso rivolgersi ad una legge dello Stato (art. 5, co. 2 della Legge 57/2001. Aggiornato con Decreto ministeriale).
Per i danni che vanno dal 10% al 100% si è dovuto attendere l’esito di una prolungata diatriba legale: il testo di legge coordinato del Decreto Legge Balduzzi sulla sanità, pubblicato in Gazzetta Ufficiale in 14 punti “Danno per colpa medica” del 13 settembre 2012 dove all’Art.3 sub 3, si legge: “Il danno biologico conseguente all'attivita' dell'esercente della professione sanitaria e' risarcito sulla base delle tabelle di cui agli articoli 138 e 139 del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, eventualmente integrate con la procedura di cui al comma 1 del predetto articolo 138 e sulla base dei criteri di cui ai citati articoli, per tener conto delle fattispecie da esse non previste, afferenti all’attività del presente articolo”.

Concettualmente la valutazione è passata dalla supina accettazione di tabelle ad un concetto molto più ampio riassunto nel cosiddetto “danno biologico” che recentemente ha allargato i suoi concetti al fine di dare ad un danneggiato un risarcimento totale che comprenda anche il danno morale (prezzo del dolore) e quello che comunemente si può indicare come danno esistenziale (variazione dei rapporti personali, di abitudini di vita ecc.).

Ai fini liquidatori, occorre far riferimento al principio, enunciato nelle stesse sentenze della Cassazione del novembre 2008, dell’integrale risarcimento del danno alla persona che non consente limitazioni risarcitorie al ristoro del pregiudizio areddituale e che dovrebbe costituire il criterio guida del giudice di merito nella liquidazione del danno.
In effetti la Corte di Cassazione afferma, in via generale, il principio della “personalizzazione” delle tabelle, per adeguare il risarcimento al’effettivo pregiudizio non patrimoniale subito dalle vittima,
Il danno morale è qualificato espressamente quale autonoma categoria di danno dall’art. 5 DPR n. 37 del 3/3/2009 e dall’art. 1 D.P.R. n. 181/2009.

Tali normative prevedono la possibilità di riconoscere il danno morale autonomo rispetto al danno biologico; ad esempio l’ art. 5, D.P.R. n. 37/2009 (danni da uranio impoverito per i militari in missione all’estero ) prevede che la determinazione della percentuale del danno morale viene effettuata, caso per caso, tenendo conto della entità della sofferenza e del turbamento dello stato d’animo, oltre che della lesione alla dignità della persona, connessi e in rapporto all’evento dannoso, in una misura fino a un massimo di due terzi del valore percentuale del danno biologico.

La norma citata distingue le due voci di danno e indica una nozione legale di danno morale, ai sensi dell’art. 1, infatti:

a) per danno biologico, si intende la lesione di carattere permanente all'integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un'incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito

b) per danno morale, si intende il pregiudizio non patrimoniale costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal fatto lesivo in sé considerato. Il danno morale è una componente del danno non patrimoniale, inserita all’interno del danno biologico, ma con una sua autonoma incidenza sulla liquidazione di tale voce di danno, senza alcun automatico assorbimento all’interno del biologico.

Anche se va bandito ogni automatismo, è stato ritenuto legittimo il ricorso al criterio di determinazione della somma dovuta a titolo di risarcimento del danno morale in una frazione dell'importo riconosciuto per il risarcimento del danno biologico, purché il giudice, con adeguata motivazione, dimostri di avere tenuto conto delle peculiarità del caso concreto, effettuando la necessaria personalizzazione di detto criterio, dando atto di non aver applicato i valori tabellari con mero automatismo.

Il danno morale, sia pur liquidato all’interno del danno biologico, va autonomamente valutato e non va sempre rapportato ad una percentuale di quest’ultimo, non dovendosi valutare il danno morale sempre e necessariamente in una quota del danno alla salute, specie quando le lesioni attengano a beni giuridici essenzialmente diversi, tanto da essere inclusi in diverse norme della Costituzione.[5]
La Cassazione, peraltro, anche dopo le Sezioni Unite di San Martino, si è spinta oltre liquidando in qualche caso autonomamente il danno morale, smentendo, nei fatti, l’assioma secondo cui la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno morale determina duplicazione di risarcimento.

Circa il cosiddetto danno esistenziale:
Per danno esistenziale si intende ogni pregiudizio che l'illecito provoca sul fare areddituale del soggetto, alterando le sue abitudini di vita e gli assetti relazionali che gli erano propri, sconvolgendo la sua quotidianità e privandolo di occasioni per la espressione e la realizzazione della sua personalità nel mondo esterno.
In base a tale definizione si è precisato, con riferimento al danno parentale, che “il danno esistenziale si sostanzia in una modificazione (peggiorativa) della personalità dell’individuo, che si obiettivizza socialmente nella negativa incidenza nel suo modo di rapportarsi con gli altri, sia all’interno del nucleo familiare sia all’esterno del medesimo, nell’ambito dei comuni rapporti della vita di relazione.

Anche il danno c.d. esistenziale deve , quindi,ritenersi compreso all’interno del danno biologico, sia nella previsione normativa di cui agli artt. 138 e 139 del C.d.A., sia nella ampia accezione di danno non patrimoniale propugnata dalle Sezioni Unite del novembre 2008.

Non si ravvisano valide ragioni per le quali, in forza della ponderata e discrezionale liquidazione del danno non patrimoniale, non possano essere riconosciuti, sia pure al suo interno, non solo come sottocategoria, ma anche quale autonoma voce di danno il danno esistenziale e il danno morale.

L’attenzione della giurisprudenza, oltre che della dottrina, farà da volano per una nuova pronuncia, non più procrastinabile, delle Sezioni Unite che ponga fine alle incertezze evidenziate.